Uisp: no al razzismo, no alle politiche ideologiche sull'immigrazione

“Tornare a parlare di razzismo negli stadi dopo quello che è successo a Rosarno è imbarazzante, perchè il disastro a cui abbiamo assistito in questi giorni non è più il gesto simbolico di disprezzo del diverso, ma è crudo e cieco razzismo violento e reale”.

Inizia così il comunicato nazionale Uisp – Dipartimento politiche internazionali, cooperazione e multiculturalità, sulla spirale di violenza razzista di questi giorni, che lega i fatti di Rosarno e i fenomeni di intolleranza negli stadi.

“Non è uno slogan pieno di truci propositi, ma un'azione concreta, disperata e definitiva.
Esiste però un parallelismo tra quanto è accaduto a Rosarno (e putroppo potrebbe accadere in altre parti d'Italia) e quanto accade spesso, troppo spesso, negli stadi italiani. E' quello di una triste realtà che ci rimanda ad un'Italia generalmente miope e succube dell'emergenza, incapace di attuare politiche d'accoglienza e di integrazione, di programmare e gestire possibili forme di convivenza sociali. Rosarno è l'immagine di un'Istituzione completamente assente, che non pianifica, non gestisce, non controlla e lascia il paesino e la campagna circostante nelle mani di un mercato del lavoro primordiale che ha come unica regola quella che lavora chi costa meno e non accampa diritti.

In una situazione simile, ad approfittarne sono i proprietari terrieri senza scrupoli e interi settori della criminalità organizzata ben contenti di avere a che fare con migliaia di disperati piombati a Rosarno con la speranza di guadagnare qualche euro e di sfruttarli fino alle estreme conseguenze. Già, le estreme conseguenze! Sono quelle che abbiamo visto nei giorni scorsi in tv, un triste epilogo già scritto, già segnato dalle ben più tristi premesse. Come si fa, infatti, a pensare che un paesino di poche migliaia di abitanti possa sostenere, senza alcun tipo di supporto e di pianificazione, per tre, quattro mesi all'anno (da dicembre a marzo) migliaia di persone disperate, costrette a vivere ghettizzate, in capannoni senza luce ed acqua aspettando giorno dopo giorno nella piazzetta la chiamata del caporale? E' chiaro che, da un contesto simile, non può che svilupparsi il pregiudizio, un sentimento di ostilità nei confronti dell'altro. All'inizio latente ma poi, sotto la spinta di singoli episodi e di isolate provocazioni, più consapevole e presente. Fino a che si arriva alla scintilla, a quell'ultima goccia che fa traboccare il vaso e poi, poi scoppia il caos e il conflitto diventa drammaticamente reale. Un conflitto, quello di Rosarno che, aldilà di una parte della popolazione che è sembrata convintamente e pregiudizialmente razzista, mi è sembrato un conflitto tra chi vorrebbe vivere sereno e senza problemi e tra chi vorrebbe semplicemente vivere o sopravvivere.
E' chiaro che, se certe dinamiche non vengono comprese e gestite direttamente anche dalle istituzioni locali e nazionali si rischia, come a Rosarno, di favorire situazioni di disagio ed esasperazione della popolazione locale che possono poi sfociare in manifestazioni di razzismo che, invece di essere stigmatizzate dal resto della popolazione locale, vengono addirittura giustificate e comprese. «Quanto accaduto a Rosarno...» per dirla con le parole di un comunicato stampa dell'ASGI (Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione) «...conferma il fallimento di una politica dell'immigrazione totalmente ideologica e che, non garantendo affatto in modo concreto la sicurezza personale degli italiani e degli stranieri e non contrastando il lavoro nero, sta invece accrescendo sempre di più il bacino della irregolarità e sta fomentando in tutto il paese un clima xenofobo, di guerra tra le fasce più povere o a rischio di povertà e di esclusione della popolazione». Siamo, insomma, allo sbando!!!

Veniamo ora al problema del razzismo negli stadi italiani, ritornato alla ribalta negli ultimi tempi con l'intervento di Platini che ha chiesto all'Italia il pugno duro contro il razzismo e la chiusura degli stadi, e il successivo duetto-scaricabarile tra il Ministro degli Interni Maroni e il Presidente della FIGC Abete che polemizzavano su chi, tra il responsabile del servizio d'ordine e l'arbitro, abbia il potere di sospendere una partita in seguito ad episodi razzisti.
Polemica sterile che, come al solito, non centra il problema: è chiaro che in Italia si sono avuti, anche dal punto di vista repressivo, degli atteggiamenti alquanto blandi nei confronti del fenomeno (si pensi all'ultimo caso degli insulti razzisti dei tifosi dell'Inter al giocatore del Chievo Luciano multati - ed è già un caso fortuito che siano stati multati - per soli quindicimila euro!!). E' doveroso, quindi, adottare delle soluzioni più rigide e rigorose (multe più salate, eventuali penalizzazioni, nei casi estremi anche sospensione delle partite) ma questo da solo non basta. Non può bastare e rischia, se non accompagnato da altro, solo di causare inutili vittimismi e possibili paure di improbabili congiure (la sindrome del complotto in Italia è sempre di moda!!).
Ma di altro non si parla, non se ne parla da vent'anni, da quando cioè sono cominciati, all'interno degli stadi, i primi episodi di razzismo e discriminazione. Non si è mai pensato, a livello istituzionale, ad una politica seria di prevenzione, a programmare interventi di carattere sociale, culturale ed educativo. In questo il limite e il triste parallelismo con i fatti di Rosarno: l'assoluta incapacità - in certi casi anche la non volontà - di trovare delle soluzioni di prospettiva, aldilà dell'emergenza, capaci di incidere nel medio e lungo periodo su un consapevole cambiamento di atteggiamento nei confronti dell'altro.
Ma più del livello istituzionale c'è la grossa responsabilità del mondo del calcio: federazione, lega e società calcistiche in cima alla lista. Un ostinato atteggiamento alla Ponzio Pilato li ha per anni resi immuni da qualsiasi ululato razzista o gesto discriminatorio. Fieri nel difendere a spada tratta il 'campionato più bello del mondo' salvo poi, quando il razzismo diventava sensazionale notizia di cronaca sui mass media, proclamare la tolleranza zero e prodigarsi per qualche giorno (solo per qualche giorno, però) ad organizzare l'ennesima ed inutile giornata contro il razzismo. A questo siamo ancor oggi, tranne poche pochissime eccezioni (le società calcistiche di Verona, Siena e Sampdoria si sono mosse nell'ultimo anno con più continuità per contrastare il razzismo).

Ma cosa in concreto andrebbe fatto? Rispondere a questa domanda è abbastanza semplice, visto che da anni proponiamo ai vertici del calcio (Abete compreso) alcune semplici ma efficaci soluzioni. Anzitutto utlizzare i soldi delle multe non per rimpinguare i già grassi bilanci di Lega e Federazione, ma per riutilizzarli in progetti sull'antirazzismo, finalizzati a collegare quel senso identitario che molti tifosi sentono con la propria squadra e con i giocatori simbolo ad un'idea di integrazione e di multiculturalità.
Progetti a cui dovrebbero essere quasi costrette a partecipare principalmente le società sportive i cui tifosi o membri si siano macchiati di episodi discriminatori (chiaramente la non partecipazione di queste società ai progetti comporterebbe un aggravante nel caso in cui perseverassero i comportamenti razzisti). Progetti di questo tipo avrebbero come primo e fondamentale momento uno step formativo su intercultura e antirazzismo destinato ai dirigenti e ai calciatori e solo successivamente una fase pratica di azioni e/o lezioni con un target di riferimento locale: tifosi, studenti, nuovi cittadini. Un lavoro di questo tipo, se diventasse parte di una politica ponderata e progettata in molte delle società calcistiche italiane (e magari anche in molte delle nostre 'Rosarno') potrebbe in futuro evitarci di commentare sia l'ennesima tragedia che l'ennesima dichiarazione banale rilasciata ai giornali!

UISP

13 Gennaio 2010

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